Galateo comunicativo per tecno-governanti
Che lingua parla il governo Monti? Di là dall’impersonalità fatalistica dei provvedimenti enunciati e di quelli già approvati dai tecno-governanti, si stenta ancora a identificare un preciso registro comunicativo. Dopo un iniziale, comprensibile atteggiamento d’impermeabilità opposta a un’opinione pubblica esulcerata e a un circo mediatico in overdose da fasti berlusconiani, Mario Monti deve aver avvertito il rischio che il suo esecutivo venisse percepito come un laboratorio alchemico-politico inavvicinabile.
16 AGO 20

Che lingua parla il governo Monti? Di là dall’impersonalità fatalistica dei provvedimenti enunciati e di quelli già approvati dai tecno-governanti, si stenta ancora a identificare un preciso registro comunicativo. Dopo un iniziale, comprensibile atteggiamento d’impermeabilità opposta a un’opinione pubblica esulcerata e a un circo mediatico in overdose da fasti berlusconiani, Mario Monti deve aver avvertito il rischio che il suo esecutivo venisse percepito come un laboratorio alchemico-politico inavvicinabile. Le prime conferenze stampa hanno appena temperato questo retropensiero.
Nella circostanza, oltre alle lacrime del ministro Fornero che pure hanno in una certa misura “umanizzato” il volto della manovra correttiva tutta tasse e distintivi, il tecno-governo si è trattenuto entro i limiti di una operosa vaghezza. Dopodiché ha preso forma il distillato delle interviste ministeriali in ordine sparso, a cominciare da quella del premier Monti nella trasmissione di Bruno Vespa. Nulla di più convenzionale e a suo modo logico, perché orientato sulla scia della consuetudine politica. Eppure può non bastare: a un governo d’eccezione – almeno questo appellativo il presidente Giorgio Napolitano dovrebbe passarcelo – è richiesto un nitore comunicativo speciale (a proposito, a quando l’ostensione degli stipendi ministeriali sul sito del governo, come da promessa montiana?), accompagnato da una buona capacità persuasiva rivolta ai mezzi d’informazione. Si può entrare nel dettaglio a contrario, indicando quel che Monti e i suoi colleghi dovrebbero sfuggire per non ricalcare gli errori di ex premier o figure di primo piano delle recenti legislature.
Per esempio l’effetto D’Alema, che nella sua brevissima stagione a Palazzo Chigi aveva promesso, e promosso, una conferenza stampa settimanale salvo ricredersi dopo circa un mese, una volta constatata la necessità di interrompere il proprio monologo per rispondere alle domande altrui. C’è poi la questione del portavoce unico, che nel caso del centrosinistra prodiano ha soltanto aggiunto una voce in più (quella di Silvio Sircana) all’inestinguibile e litigioso coro dei leader dell’Unione. Monti ha nel ministro Giarda (Rapporti con il Parlamento) una soluzione spendibile anche fuori dal Palazzo, ma ci pensi bene. Quanto ai singoli dicasteri: l’inesperienza, la diffidenza o l’improntitudine di alcuni tecnici può condurli a trattare i rispettivi attaché come semplici centralinisti, privando così gli interlocutori di informazioni ufficiali (o anche ufficiose) e consegnando i ministri al ruolo di occasionali “bombe mediatiche”. Come dimostra l’esperienza di Giulio Tremonti (il quale in effetti si è sempre ritenuto un tecnico), la cui scarsa simpatia politica dipendeva anche dal suo disinteresse verso un galateo non scritto, ma utile ai professionisti del Palazzo. E forse indispensabile agli ottimati che lo occupano per decreto presidenziale.